È sorprendente come ci possano essere situazioni che si intricano e districano in maniera sorprendentemente spontanea.
Nel post precedente L’arte di complicarsi la vita vi dicevo dell’esame da fare a febbraio, in una data da destinarsi, i dieci standard jazz, ecc…
Ok, nel frattempo la data è stata destinata ed è pure passata. L’esame è stato fissato per oggi, 4 febbraio, alle 10.40 del mattino.
Il modo in cui l’ho saputo denota una notevole resistenza delle mie coronarie, difatti il mio chitarrista esaminando mi ha detto con taaaanta naturalezza che l’esame sarebbe stato di lì a una settimana!
Cristo, siamo nella merda! È la prima cosa che ho pensato. La seconda è stata una veloce esplorazione di tutte le vie di fuga a mia disposizione da questa situazione. Una rapida scansione mi ha subito persuaso del fatto che non v’erano vie di fuga. Va bene! Uno lo sa e si mette l’anima in pace. Dobbiamo fare st’esame? Ok, venderemo cara la pelle! Quante prove abbiamo? Eh?! Quattro?! No, ma dico, siete matti? Segue altra veloce esplorazione delle vie di fuga possibili e, in questa fase di stress avanzato, anche con probabilità prossima allo zero, tipo rapimento alieno, estasi mistica irreversibile, paralisi temporalmente indefinita di tutte le dita delle due mani, fino al sacrificio supremo, all’ultima chiamata divina. Niente! Un violento schizzo di adrenalina nel sangue da parte delle ghiandole surrenali ormai ipertrofiche mi ha riportato al mio inevitabile destino.
Esame. 10 standard jazz. Quattro prove disponibili. Gloria o De profundis. Osanna o crucifige.
Comincio quindi ad orientare l’intera mia esistenza in funzione di questo evento di portata cosmica. Ore e ore di studio al giorno, sonno ridotto al minimo indispensabile per la sopravvivenza, stress a livelli di pura consunzione. La mattina andando in ufficio i mie passi scandivano il walkin’ bass di I got rhythm, durante il lavoro mi trovavo a digitare parole incomprensibili, poi mi accorgevo che erano il risultato del suonare le partiture di basso dei pezzi sulla tastiera del mio pc, la notte ero perseguitato dal giro di West coast blues e la sua improbabile sequenza di accordi, seduto al cesso mi ripassavo il solo di basso di All blues.
Un caso clinico.
Negli ultimi due giorni avrò suonato un numero incredibile di ore. L’ultima notte sono state più le tazze di caffè delle ore di sonno.
Oltretutto, a ieri sera, tre dei pezzi ancora non ne volevano sapere di girare a dovere. Allora stanotte dalli di West coast blues, I got rhythm, Four, Satin doll…
Sono andato all’esame con la fierezza e la strafottenza di un condannato a morte, ma con largo anticipo, di uno che vuole sistemare tutto per bene.
Ultima prova, stamattina. Sorprendente. I pezzi di ieri che proprio non venivano, giravano, e non per caso. Era un’evoluzione sistematica, un esperimento scientifico riproducibile n volte.
Eravamo quasi sicuri di noi quando mezz’ora prima del nostro turno, bussa un tipo alla porta della saletta dove stavamo provando e dice: “Salite su a prendere la vostra copia del pezzo a prima vista.”
Pezzo a prima vista! Abbiamo guardato F. con sguardo disperato e inquisitorio. Anche F. si è guardato da solo con lo stesso sguardo. Quale pezzo a prima vista? C’era un pezzo a prima vista da fare?
Ormai non esploravo più le possibili vie di fuga, speravo solo che lo scempio del mio corpo venisse fatto al più presto possibile e che non fosse poi troppo doloroso.
Ma ancora una volta lo spirito di sopravvivenza ha prevalso. Abbiamo preso la partitura. Avevamo mezz’ora di tempo per prepararla. Era un anatole, o rhythm changes che dir si voglia. Blue room. Che culo!!! Eravamo solo indecisi se farlo piano cercando di suonarlo al meglio possibile, o sua velocità normale, presumibilmente oltre i 200 bpm, per finire presto l’agonia.
Velocissima studiata del pezzo. Partiamo. Piano, poi più veloce. Gira! Cazzo, gira! Ok, facciamolo ad oltranza. A, poi ancora A, poi B, poi ancora A.
Dopo il millesimo giro è arrivato uno degli esaminatori chiamandoci. Era il nostro turno!
Entra nella sala dell’esame, prendi posto, tira fuori le partiture, cazzo che caldo leva il maglione, ascella pezzata e sti cazzi, prendi il basso, accordalo, le dita sono già calde, pronti!
Entrano gli esaminatori. Dalle voci di corridoio doveva esserci Eddy Palermo, poi non c’era e F. era più sollevato. Poi si è detto che doveva esserci Gianfranco Gullotto, al che mi sono visto io già crocefisso (è un bassista), poi non c’era neanche lui. Fiuuuu….
Segue tutta una conversazione tra me e due dei tre esaminatori, che non hanno potuto non ammirare il mio basso. Una figata di basso. Un Gibson Ripper fretless del 1974. Gongolo come poche altre volte e non dico che me l’ha affidato il mio maestro e non gliel’ho ancora pagato. Lo farò, giuro. E allora saprò che tutti quei complimenti ricevuti avranno di colpo una giusta ragion d’essere.
Cominciamo. Pezzo a piacere. Ladybird. C. stacca un tempo veloce, ma così veloce da interessare la teoria della relatività di Einstein. Finito. Impeccabile. Ottimo inizio.
Secondo pezzo… un blues… West coast blues… Cazzo!!! Proprio quello che fino a ieri non girava. Ci veniva meglio All blues. Alla fine è stato impeccabile pure questo. L’ottimismo cominciava a prendere piede.
Terzo pezzo. Adesso una ballad. Satin doll no, pensavo, e qualcuno mi ha sentito, perché ci hanno chiesto Misty. Cominciamo bene, tempo giusto, mood appropriato, tanto sentimento. Cazzo, quasi quasi la libidine musicale prevale sulla tensione e mi gusto il pezzo. Ma me lo gusto un po’ troppo, tanto da saltare una parte e chiudere prima del previsto. Vabbè. È andato bene lo stesso.
Ultimo pezzo. Quello a prima vista. Cominciamo bene, lo facciamo girare, poi ci perdiamo. Almeno io, sicuramente mi sono perso. Ma l’esame per me era finito. Sollievo e rilassamento.
Per F. invece è continuato da solo con altre domande teoriche, scale, accordi, soli, ecc…
Alla fine di tutto l’esame è andato bene. Il miracolo era compiuto. F. secondo i patti doveva offrire da bere, ma senza fretta, uno dei prossimo giorni.
Arrivato a casa ero abbastanza sfatto. Mi ero ripromesso di non toccare il basso almeno fino… fino… a domani.
Non ce l’ho fatta!