Io e il Brasile ci siamo conosciuti molti anni fa, quando io ero piccolo, dai dieci anni fino diciamo ai quattordici.
Si è presentato a me nel modo più intelligente possibile, con la sua musica allegra e travolgente, peccato però che passasse per le mani di assurdi disk jokey casalinghi, assolutamente incompetenti di ciò che stavano maneggiando.
Il pacchetto era una scatola chiusa e si poteva solo scegliere se accettarla o restituirla.
Dentro si poteva trovare una festa, quasi sempre di carnevale in maschera ovviamente, ma anche natalizia con tutto il campionario di divertimenti nazionalpopolari della (sub)cultura italiana, che però fanno tanto famiglia felice. Oppure, d’estate all’aperto in qualche posto della campagna salentina a fare tardi, magari nel fine settimana, sotto al cielo umido e stellato del sud.
Tra le opzioni c’era la possibilità di restare a casa con la nonnina, che faceva sempre piacere perché era come spadroneggiare allo stato brado. Bastava commettere tutto ciò che era vietato in velocità per passarsela impuniti, essendo lei molto lenta e impedita nei movimenti. E buona soprattutto, da non raccontare poi, a mia madre, delle mie malefatte in sua assenza.
L’altra alternativa era quella di seguire la mamma nei suoi preparativi, culinari, estetici prima, e poi dai suoi amici, nel posto dove la festa era stata programmata. Perché una cosa è sempre stata certa. Si mangiava maledettamente bene in quelle feste del cazzo. E ognuno portava una cosa e ogni cosa era più buona dell’altra. E tutti erano allegri con tutti. E anche la cosa peggiore del mondo come un cattivo voto la mattina a scuola, veniva fagocitato da tutto quel buon umore, e lo testimonia il fatto che la maggior parte di queste feste si teneva, guardacaso, a casa di un’amica che era anche la mia maestra elementare, una di quelle che se non imparavo la poesia mi menava con la riga di legno sulle mani. Ma in quelle feste ognuno di noi rappresentava il meglio che gli altri si aspettavano di vedere di fronte. Ed era buonumore sincero, ve lo assicuro!
E tutto sommato era anche divertente. Sì, perché mica c’ero solo io della mia età, c’erano anche altri ragazzi e soprattutto ragazze, con cui poter praticare i primi rudimenti di teoria sessuale maldestramente applicata. Non pensate chissà cosa eh, che io su certe cose sono sempre stato un po’ tardo… e un po’ tordo. Diciamo che anche una limonata all’ombra della pergola nascosti, oppure una pomiciata fulminea con palpata di tetta potevano essere degli ottimi motivi estremamente convincenti per andare alle feste con mammina.
Io ho elaborato una teoria, in quel periodo. La teoria del muro e della deviazione del campo gravitazionale. Capitava in corrispondenza di muri, di qualunque materiale o rifinitura. Se si verificavano alcune situazioni iniziali, come la presenza di una ragazza carina e anche interessata, e la simultanea assenza di chiunque altro nei paraggi, il muro aveva un effetto di deviazione delle linee di forza del campo gravitazionale e attraeva a sé la componente femminile e quella maschile, esattamente in quest’ordine, col risultato di ottenere un sandwich muro-femminuccia-maschietto, con l’impossibilità proprio materiale di staccarsi se non con immani sforzi.
E accadeva sempre, ve lo giuro. Talvolta le condizioni iniziali non erano perfettamente rispettate e allora questo fenomeno non si rivelava in tutto il suo trasporto psico-fisco-gravitazionale. Ma altre volte sono riuscito a dimostrare l’esistenza dei gravitoni con largo anticipo rispetto alle teorie dei più scaltri fisici teorici moderni. E sentirsi dire da una ragazza carina con gli occhi ammiccanti, frapposta fra te e il muro, “Oggi si sente proprio il gravitone…” era una soddisfazione che protraeva i suoi effetti sull’ego per molti giorni a seguire.
Ma c’era un evento, ogni volta, che riusciva persino ad annullare gli effetti del gravitone ipertrofico adolescenziale. Un evento presagito già in anticipo, ricorrente e previsto, tranne per il preciso istante in cui si sarebbe verificato. Bisognava solo attendere e confidare nella fortuna di uscirne indenni.
E vi giuro che quando sentivo quel ritmo partire, con tutte le percussioni, i campanellini, i piattini, e poi – ORRORE – quel mantra nefasto che ti si incollava nelle orecchie e andava via solo dopo ripetute sedute a base di AC/DC sparati nelle orecchie in cuffia a volumi da big-bang…
peppeeeppeppeppeppeeeeeee……
e tutti, come posseduti da qualche strana forma di virus alieno burlone, immancabilmente lasciavano qualunque altra azione stessero facendo e come guidati da un disegno superiore andavano a formare in modo sospettosamente geometrico un pericolosissimo serpentone che, come un buco nero, poteva ingoiare chiunque non scappasse via lontano a gambe levate, assumendo le grottesche fattezze di burattini nelle mani di mangiafuochi ubriachi di vino e risa.
Poi mi hanno spiegato che gli Iron Maiden hanno composto il loro pezzo Run to the hills proprio per tramandare alle generazioni successive il terrore del trenino-samba.
Ma i visi! Li avete mai visti i visi di chi partecipa a questa abominevole forma di interazione sociale?
Il primo. Il prescelto. La testa del serpente. L’unto dall’alieno. Era richiesta una condizione sociale elevata per poter ricoprire con competenza questo ruolo. Camminava a piccoli passi ritmati, con le ginocchia leggermente piegate e il bacino oscillante; le braccia anch’esse leggermente piegate e i pugni chiusi che alternativamente si muovevano avanti e indietro a ritmo di musica, culo in fuori e corpo proteso in avanti, tipo gallina, e dipinto in viso quel sorriso ebete che non avresti mai scommesso di vedere su certi stimati professionisti attempati di provata e unanimemente riconosciuta integrita morale.
E dietro, l’umanità. Braccia stese poggiate sulle spalle del predecessore o, se si era fortunati a capitare dietro alla ragazza giusta, anche sui fianchi. E tutti a scimmiottare con tutto il corpo quella cadenza scema scandita dal capofila.
E le traiettorie! Le avete studiate le traiettorie? Anche qui una mia teoria. Seguivano percorsi la cui stranezza era proporzionale al tasso alcolico nel sangue del capofila. Un precursore del test del palloncino, volendo. Mi hanno detto che inizialmente per misurare il tasso alcolico, anche la polizia faceva fare i trenini ai posti di blocco, ma poi immancabilmente anche loro venivano coinvolti e finiva “tuttu a schifìu!”
Io vi confesso di essere stato catturato qualche volta, ma voi capirete, con la mente ancora rapita dalla teoria del gravitone ipertrofico adolescenziale, era facile abbassare la guardia. E poi, quando dopo le prime note si riusciva faticosamente a liberarsi dalla morsa gravitazionale e lei ti prendeva la mano, ti guardava con occhi innamorati, ti baciava teneramente la bocca e ti diceva “andiamo anche noi”, tirandoti verso il serpente nascente con l’intenzione di farsi catturare insieme a te, non potevi dire di no, era una specie di prova d’amore, una sorta di amplesso demente collettivo a cui tutti partecipavamo e tutti eravamo a nostro modo felici e gaudenti.